Il mio bambino ha 2 anni e non parla. Devo preoccuparmi?

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    Sempre maggiore è il numero di genitori di bambini tra i 2 e i 3 anni che si pongono dubbi e domande sul linguaggio del loro bambino.

    Il linguaggio si sviluppa in un arco relativamente breve della vita dell’individuo, infatti la maggior parte delle regole linguistiche vengono imparate dal bambino entro i primi 5 anni di vita. Il processo di acquisizione del linguaggio viene considerato come un continuum che parte dalla nascita, quando non vi è ancora intenzionalità comunicativa, fino allo stadio in cui il bambino è in grado di utilizzare il linguaggio nel modo più complesso come porre domande e fare lunghi discorsi. Questo processo non progredisce in modo regolare, infatti vi possono essere accelerazioni, rallentamenti oppure solo minime variazioni nelle abilità linguistiche del bambino.

    Si ritiene comunque che il bambino progredisca attraverso varie fasi che seguono una sequenza predefinita chiamate TAPPE DI SVILUPPO. Vediamole di seguito.

    • Da 0 a 12 mesi il bambino passa dal pianto e grido alla lallazione cioè la riproduzione di sequenze di sillabe, di tipo consonante – vocale, che si ripetono (bababa, patala). In questo periodo il bambino acquisisce tre abilità chiave necessarie per interagire con le persone e con gli oggetti:
      L’attenzione congiunta cioè imparare a guardare con un adulto qualcosa di interessante, seguire il suo sguardo e osservare cio’ che l’adulto sta osservando come un gioco o  l’immagine di un animale.

      – L’imitazione e l’alternanza dei turni cioè imparare a imitare le azioni o i suoni di un adulto e l’alternarsi assieme a lui durante le attività quotidiane. Ecco un esempio di alternanza dei turni durante il gioco: nel costruire con il bambino una torre con tre blocchi, si richiamerà la sua attenzione, si posizionerà il primo blocco, gli verrà dato il secondo blocco e lo si inviterà a posizionarlo “Ora tocca a te, prova tu”.                         – Il gioco appropriato cioè acquisire le strategie necessarie ad esplorare gli oggetti come imparare a spingere una macchinina o scuotere un oggetto per sentirne il rumore.

    • Tra i 9 e i 15 mesi compaiono le prime parole cioè la prima associazione di una struttura sonora con un significato.
    • Tra 16 e 20 mesi il bambino è in grado di produrre circa 50 parole.
    • Tra i 20 e i 24 mesi si verifica un incremento del vocabolario.
    • A 24 mesi comincia a mettere insieme 2 o più parole per formare le prime frasi (mamma pappa; no biscotti).
    • A 3 anni è in grado di formulare frasi complete anche se rimangono errori che riguardano l’uso di articoli, di plurali e di pronomi.
    • A 5 anni il bambino mostra un linguaggio semplice ma molto simile a quello dell’adulto.

    Un bambino che tarda a parlare (definito Parlatore Tardivo o Late Talker) è un bambino il cui linguaggio ha un ritardo o un rallentamento nel suo sviluppo espressivo in assenza di deficit nelle aree uditive, cognitive e relazionali.

    Ma da cosa dipende un ritardo del linguaggio e perché si determina?

    Le ricerche in questo ambito danno molta rilevanza a:

    • Famigliarità cioè se un genitore o un parente prossimo ha mostrato nella sua infanzia un ritardo del linguaggio.
    • Presenza di otiti ricorrenti nei primi anni di vita.
    • Ipertrofia adenoidea.
    • Stato di salute generale: un bambino spesso malato può apparire apatico e potrebbe non sviluppare l’interesse o l’energia necessaria per sviluppare il linguaggio.
    • Stato emotivo: un bambino che non è sereno e non si sente sicuro nel contesto comunicativo non vi investirà la propria energia.

    Come posso capire se mio figlio ha un ritardo del linguaggio?

    Pur rispettando le caratteristiche individuali dei bambini è importante fare attenzione ad alcuni “segnali di rischio”:

    • assenza della lallazione entro il primo anno di vita.
    • assenza del gesto di indicazione (indicare, dare, mostrare) entro i 16 mesi.
    • assenza di comprensione linguistica entro i 18 mesi.
    • vocabolario ridotto: inferiore a 50 parole a 24 mesi.
    • assenza di combinazione di parole tra i 24 e i 30 mesi.
    • persistere di espressioni verbali incomprensibili dopo i 3 anni.

    Questi segnali di rischio non devono allarmare ma possono servire al genitore a seguire con attenzione il linguaggio del proprio bambino.

    Le ricerche dimostrano che non sempre un ritardo del linguaggio è sinonimo di Disturbo del linguaggio. La maggior parte recupera il ritardo del linguaggio entro i 4 anni, mentre solo alcuni dei soggetti Parlatori Tardivi mantengono un disturbo persistente e/o atipico ricevendo una diagnosi successiva di DISTURBO SPECIFICO di linguaggio.

     

    Cosa devo fare se mio figlio non parla o presenta uno o più “segnali di rischio”?

    Nella realtà clinica è opinione ormai condivisa che un ritardo del linguaggio debba sempre essere sottoposto ad un accurato approfondimento diagnostico. Infatti è importante escludere che siano presenti fattori cognitivi, percettivi, neurologici alla base del ritardo del linguaggio. Numerosi studi hanno dimostrato che un atteggiamento di attesa (wait and see) risulta poco appropriato. Le ricerche hanno evidenziato, infatti, nella storia clinica di bambini con DISTURBO SPECIFICO DI LINGUAGGIO e addirittura con DISTURBO SPECIFICO DI APPRENDIMENTO un “passato” di Parlatori Tardivi.

    Il mio consiglio è quindi di rivolgervi al vostro  pediatra che potrà indirizzarvi verso lo specialista più adatto.

    Lo specialista, dopo un’accurata valutazione, potrà proporvi diverse soluzioni come un semplice monitoraggio dello sviluppo linguistico o un intervento centrato solo sulla famiglia o diretto sul bambino oppure la combinazione di una o più opzioni.

     

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